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Le Stagioni della Vita

100 Sonetti - Edizione Integrale

Indice dei Sonetti

Primavera

Tra nuvole leggere l'aquilone sale, mosso dal vento che soave lo chiama, e come lui il pensier mio prende l'ale quando l'anima sogna e l'amor brama. Il filo teso vibra come un'arte che unisce terra e cielo in un respiro, così la mente vaga in ogni parte seguendo ogni mio pensiero e sospiro. Oh Eolo, porta in alto questi colori, disegna archi di luce nell'azzurro che il sogno voli libero tra i cuori. E resto qui, assorto negli odori, mentre l'alma si perde nel sussurro dell'aria che accompagna i miei ardori.
Fra vigne d'oro che il pendio disegna, cammino lento sotto i cieli aperti; Monteriggioni dalle torri solerti è la corona in cui la luce regna. San Galgano l'azzurro ridisegna: senza più il tetto l'infinito avverti; e un filar di cipressi di vederti son lieti e d'una via si fan insegna. Le terme del Mulino, acqua che cura le ossa stanche e placa ogni lamento, mentre il vapore sale in aria pura. Tra cupole e il suo bianco Monumento Firenze mi accoglie dalla sua altura: Colosso Toscano guardami attento!
Sotto la gronda sfida il freddo e il vento, giunta da terre che non so sognare; non ha bussola o carta, ma il talento di chi non può la strada mai sbagliare. Forse è la figlia, e reca nel suo volo il senso di quel nido in cui fu nata; non teme il mare né l'ignoto suolo, segue una traccia che fu già segnata. L'aria è incerta, la pioggia cade ancora, ma il suo garrito è un patto con il sole: la luce vincerà di ora in ora. Porta la vita insieme alla sua prole, scaccia l'inverno e il gelo che l'accora e non servono più altre parole.
Quattro discepoli di buon mattino giuraron il silenzio per sette dì, seduti in cerchio, immoti, fermi lì ad ascoltar la voce del divino. Venne la notte, il lume fece un chino, quando un allievo la voce aprì: «Regola la fiamma!» disse — e proprio lì cadde il primo nel vento del destino. «Non dovremmo parlar» disse il secondo. «Stupidi! perché avete così detto?» tuonò il terzo dal suo silenzio fondo. Il quarto, tronfio e senza intelletto, disse: «Io solo resto il più giocondo, taccio». — E ruppe anch'egli ogni precetto.
Un uomo fugge una feroce fiera, e al bordo di un abisso si sospende; a un debole viticcio egli s'appende, mentre la bestia ringhia e s'infierisce. Sotto, fauce d'un lupo lo lambisce, sopra, la tigre il salto suo protende; e un topo bianco e nero il legno offende, che d'ora in ora il tempo sminuisce. Ma tra le pietre e il fango del pendio, scorge una fragolina luccicante, nata nel mezzo del periglio rio. Dimentica la morte e ogni suo istante, e coglie il frutto colmo di desio: «Com'è dolce!» tra sé esclama il viandante.
Esce lo scolaro e il ciel si scolora, mentre la pioggia bacia il marciapiede; di petricore l’aria s’innamora e il passo incerto a quel profumo cede. Poi dal fornaio il dolce effluvio affiora, pane che caldo il cuore già possiede; è un’ambra bionda che la via ristora, ma già la campanella l'or richiede. Torna a casa, l'odor di Marsiglia del bucato che la sua nonna spande, riempie ogni senso: il cor si riconsiglia. Quei sensi impressi in pagine mai prime saranno un faro, un eterno canto, che il tempo non consuma e non comprime.

Estate

Solcavo in moto le coste del mare, quando apparisti sola sulla riva: occhi del nord che la luna fa brillare, bella e lontana, libera e furtiva. Poche parole e un canto per amare, mentre la distanza fra noi svaniva; il tempo lasciammo lì a naufragare nell'aria di sale, calda e lasciva. Ancor ci cerchiamo, in un lungo volo, per quell'incanto che il cuore trattiene tra il rumor del mondo e la vita vera. Poi la memoria mi lascia un po' solo, mentre il dovere richiama alle scene: a Punta Molentis è di nuovo sera.
Venisti come ladra a Mezzanotte, capelli sciolti e bocca di corallo, bruciammo insieme in tenere lotte nel buio caldo e senza alcuno stallo. Le mie mani solcarono le grotte del tuo corpo con tremulo intervallo, finché l'alba non ruppe quella notte di gioia e sudore, al canto del gallo. Mi voltai e cercai il tuo respiro, ma la stanza vuota, il letto disfatto e più nessuno sull'altro cuscino. Fu un sogno? Fu reale quel sospiro? Ma poi trovai, come fosse un misfatto, il tuo piccolo brillante orecchino.
Ogni mattina sul mio davanzale ti posi, puntuale, ad aspettare: in tempo per venirmi a salutare, nero e solenne come un cardinale. Ti do un biscotto da sgranocchiare e mi porgi dal becco un regalino: un tappo, un filo d'erba, un fiorellino, il tuo capo mi lasci accarezzare. E poi un bel giorno non tornasti più: e il balcone piange, il cielo è vuoto, qualcun altro viene, ma non sei tu. Mi restano un tappo e un bastoncino, e il ricordo di te, amico ignoto: vieni a trovarmi ancor di buon mattino.
Salì in sella un giorno, sacco in spalla, una tenda, una Leica e poco più: il mondo intero è un orizzonte blu e lui nel vento, come una farfalla. Vende le foto in un vecchio mercato, compra del pane e riparte col sole; non cerca la fortuna né parole, solo un confine ancor non varcato. Guerre, malaria, arresti e temporali: nulla fermò la ruota di quell'uomo che al mondo intero disse: «Voglio tutto». Volò cinquant'anni sui suoi pedali con lo spirito libero e mai domo, prendendo da ogni luogo un bel frutto.
Arriva giugno, le sedie son vuote, si chiudono i quaderni ed ogni scranno: li ho visti crescere, e or se ne vanno diretti per strade nuove ed ignote. Chi mi ha odiato, chi ha solo dormito, chi sognava altro scrivendo sul muro, chi m’ha trovato un osso troppo duro e c'è chi al fin con me è già fiorito. Ma non mi duolgo, ci son alti e bassi: so che il mio compito è seminare, non certo raccoglierne ogni frutto. Settembre tornerà con nuove classi, altre giovani menti da plasmare: questo è il mio mestiere, dopotutto.
Da Marzamemi, tra case e vapore, spingo la moto fino alla Vuccirìa: Palermo è un grido, è pesce in agonia, poi verso lo Zingaro romba il motore. Erice è nido d'aquile e splendore, veglia Saline dove il vento spia; scendo ad Agrigento, ed è malia la Valle dei Templi, eterno stupore. Sulla Scala dei Turchi ho l'alma impressa, ancora in sella da Modica a Ibla ove la pietra al barocco è concessa. Tindari, Alcantara... la strada sibila; sul Vulcano altra ascesa non è permessa: l'Etna divampa e il cuore si giubila.
Siede silente e il mondo par che taccia, fissando il legno con lo sguardo eletto; se l'avversario l'apertura siciliana traccia, risponde con abile e scaltro gambetto. Contro i campioni e ogni vecchia minaccia, sfida le leggi e il rigido precetto; la mente vola e l'ansia si scaccia, mentre l'arrocco scherma il suo sospetto. Guizza la mossa del cavallo e appare un nuovo schema, un genio senza eguali, che i grandi della scacchiera fa tremare. Resta regina tra i suoi rari mali: vinta ogni sfida, ha smesso di lottare, chiusa nel cerchio dei suoi bei trionfi.

Autunno

Cuce al contrario, ignora il filo dritto, mette le cerniere al posto dei bottoni, e nelle giacche apre piccole prigioni per fiori, penne e un pesce fritto. Chi lo deride indossa un abito afflitto da regole e senz'anima, da stagioni uguali all'anno scorso. Le sue visioni son stoffe strane e segue un altro tragitto. Quando passa, l'altrui sguardo si ferma: un papavero sbuca da un bavero, una zip canta dove il grigio dorme. Il giusto modo non è quello che s'afferma: è quello che un ago, lieve ed effimero, ricuce storto affinché segni giocose forme.
In te ho posato ogni pensiero mio, come si posa neve su di un tetto leggera, colma di un segreto affetto che non conosce risposta, né addio. Ti cerco negli sguardi che non vedo, nelle parole che non ti ho detto, mentre ergo case sull'incerto letto fatte di sogni fragili a cui solo io credo. Eppure questo amore che non hai voluto più udire, né ascoltare, mi brucia come sale nelle vene e per quanto tu sia lontana, ormai non riesco a smettere di sognare che un giorno tu dia sollievo alle mie pene.
Stasera il vino scorre nelle vene, il fuoco danza nel camino acceso: ci ritroviamo a rider delle pene in quest'angolo antico e sospeso. Qualche capello bianco e qualche ruga, ma negli occhi la stessa antica luce: vecchi compari che il tempo non corruga, con quella allegria che non si scuce. Le strade ci hanno portato lontano: lavoro, figli e mill'altri impegni, ognuno perduto nei propri affanni. Ma un filo rosso, sottile ed arcano, rosso come il vino in antichi legni, ancor ci lega dopo tutti quest'anni.
Impera il Sole e d'oro il ciel riveste, con vampa eccelsa e fiero nel cammino; e scende nel mar, segnando il destino, inghiottito da tenebre funeste. S'alza la Luna, algida e sovrana, di quel silenzio l'unico suo vanto; ma brilla sol per un prestato incanto, luce riflessa, immobile e lontana. Finché un incontro avvien nella sua sfera, e l'ombra della Luna, ferma e scura, eclissa del Sol, fulgido stendardo. Così chi par gracile e insicura vince la vampa con un solo sguardo: ché spesso la più debole è l'altera.
Consuma il corpo la silente fiamma, mentre la cera in lacrime discende; un'anima di luce si protende, che l'ombra intorno fragile frantuma. In uno specchio un idolo s'accende, identica nel guizzo e nel colore; ma quel riflesso non emana ardore, e brilla senza il fuoco per cui splende. Ma il tempo vola e l'ora non aspetta: non farti specchio, freddo simulacro, che guarda il mondo e nulla progetta. Sii come il fuoco in un momento sacro, che brucia l'oggi e l'anima diletta, donando vita al suo destino alacro.
Sulla riva che il sole punge e indora, mi reggi il petto con la mano stanca: "Batti i piedi!" mentre l'onda imbianca, la tua fermezza il mio timore ignora. "Non devi aver paura" e l'alma ancora s'affida a quel braccio che mai manca; mentre la riva si fa linea bianca, la mia mano nell'azzurro affiora. Oggi che il tempo quel legame ha sciolto, nuoto nel mondo e non mi sento solo, ché sento il peso del tuo amore accolto. Senza sostegni spicco il mio decollo, in ogni flutto riconosco il tuo volto, e il mare è il grembo dove prendo il volo.
Dalla passione antica il cor s'accende, tra gradinate e un grido che non tace; non cerca il vanto, né ricchezza o pace, ma quel vessillo che al suo amor risponde. Soffre il lunedì se il sol non splende, vive di sogni in un’ora fugace; la maglia è pelle, è fiamma che gli piace, mentre il destino i suoi fili distende. Che conti il freddo o il pianto dell’attesa? Il calcio è fede e un rito senza fine, l’unica fiamma che non resta offesa. Così la vita segue le sue chine: tra gioia vera e una sconfitta resa, resta il tifoso oltre le sue rovine.

Inverno

Lui era Hurricane, il campione, pugni come tuoni nel ring acceso ma la "legge" lo ha mandato in prigione: è un innocente ormai indifeso. Tre morti in un bar, sangue sul muro, testimoni comprati a poco prezzo: la giustizia indossa un volto duro quando la pelle nera vale il disprezzo. Anni dietro sbarre, anni rubati, il ring lontano come un altro mondo il Menestrello canta dei dannati, i poveri, gli ultimi, i dimenticati, che annegano nell'ombra, spinti in fondo, finché la Verità non li ha liberati.
Conosce i volti di chi s'ama al buio, tra un tavolo e un bicchiere, di nascosto; coppie furtive che nel suo rifugio cercano il caldo nel solito posto. Egli non parla, sa qual è il suo ruolo: impasta, inforna e vigila sul fuoco; il suo silenzio è un dono, ma non solo: non giudica, perché la vita è un gioco. La mozzarella fila e il forno canta, sorride a chi non sa più ben godere a casa propria, tra silenzio e pianto. Poi torna da Anna, moglie sui settanta, che lo attende e gli porge un bicchiere: è solo latte caldo ma vale tanto.
Mi dico: «Sono libero, non solo. Non ho nessun obbligo e tutto tace.» Mentre il tempo corre e si disface, giorno per giorno, come paglia in volo. Le persone son soltanto un crogiolo di legami pesanti e non mi piace: preferisco una vita più audace, varia, raminga e senza alcun suolo. Ma il tempo segna i giorni perduti, le or spartendo con la melanconia: ho scelto il vuoto e l'ho chiamato porto. La libertà coi suoi silenzi astuti mentiva e sorrideva tuttavia: è molto bella ma il fiato è già corto.
Conosce il mare come la sua mano, ogni riflesso e ogni cupo segno; se il vento sferza la barca in legno, sente il pericol che vien da lontano. Quel giorno il cielo era assai sereno. Urlò ai pescatori in quel momento: «Tempesta arriva! Sentite il vento!» Ma il mare calmo fu il loro freno. I giovani derisero il suo timore, tooppo pescoso era quel dì il mare: nessuno di loro fece più ritorno. Il vecchio era in casa da alcune ore: «Il mare è un amico da rispettare» mentre un pesce coceva nel suo forno.
Sotto un cartone che il gelo martoria, egli riposa e il fiato si fa fumo; del mondo ignora il chiasso ed il profumo, scrivendo al cielo la sua muta storia. Conta le stelle, unica sua gloria, mentre la notte ne consuma il lume: per lui l'inverno è soltanto un nume, se ogni astro brilla nella sua memoria. "Quella è d'argento e l'altra è un diamante", dice tra sé, scaldandosi il pensiero, mentre la neve cade, bianca amante. Nessun possiede un regno così vero: e mentre dorme come un mendicante, egli è il sovrano dell'Empirio impero.